martedì 8 dicembre 2015

C'è MissBake a Bologna, per i dolci anglosassoni come piacciono a me.


È stato un ponte molto lento, quello appena trascorso… l’avevo detto su Instagram che mi sarei riposata, che non avrei fatto nulla di speciale se non leggere davanti al camino, preparare biscotti, stare con lui. 
E così è stato, fino a ieri sera... un weekend lungo e totalmente ovattato. 
Fino a ieri mattina, quando mi sono ricordata che sarei dovuta andare a prendere mio fratello a Bologna in aeroporto di ritorno da Madrid, e ho approfittato per un giretto in centro ai Mercatini Francesi in Piazza Minghetti e una visita alla cara Stefania, che da poco ha aperto MissBake, proprio vicinissimo a Piazza Maggiore.


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giovedì 3 dicembre 2015

A Rimini è autunno di bakery: la White Bakery


E’ un autunno quello di Rimini, che è cominciato all’insegna delle bakery. 
La primissima Wilmer Bakery in cui ancora devo andare, meravigliosa ma partita in sordina, senza troppa comunicazione e nemmeno una pagina Facebook.. e da addetta ai lavori mi chiedo come sia possibile che nel 2016 un’attività apra senza un minimo di comunicazione prima, e senza creare nelle persone aspettativa.  


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mercoledì 25 novembre 2015

L'olio non cresce sugli alberi, e la blending experience dell'Oleificio Zucchi.


Una cosa mi è tornata alla mente subito, complice l'esperienza vissuta con Zucchi due settimane fa.
Una cosa che a mio avviso è imprescindibile per chi ama il mondo del cibo, sia un appassionato semplice, un creatore di cibo, uno del settore, o una come me che è due anni ormai che non tocca padella perché è sempre in giro…
Una cosa semplice, ovvero che si ha sempre nel cuore qualcuno quando si cucina. 
L’ho capito pensando a me e alla mia compagna di banco, nel momento in cui è stato chiesto di creare ad ognuna di noi il proprio blend… e mi è venuto da sorridere.  



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mercoledì 4 novembre 2015

La Domenica a pranzo alla Terra dei Kaki, a Montiano.


Me lo chiedo spesso ultimamente, da quando è cominciata questa nuova vita e questo nuovo lavoro, cosa significhi essere coerenti, sposare delle scelte che alla fine resteranno immutate nonostante il mercato, le richieste, le proposte che offrono più denaro ma remano contro a quello che il proprio cuore desidera. 
E' in mezzo a questo imparanoiamento generale  che ho conosciuto Alessio e Greta. O meglio, non li ho conosciuti davvero prima di andarci, ma ho incominciato a seguirli sui social, ad appassionarmi alla loro scelta di vita in campagna e all'Agriturismo Terra dei Kaki che da un anno gestiscono sulle colline prima di Cesena.

Così ci sono stata a Gennaio per il compleanno di un ragazzo che non vedeva l'ora di farmi scoprire il posto, e ricordo questi cantuccini salati con sopra un chutney di cipolle rosse spaziale e degli strozzapreti fantastici.
Ma non avevo avuto occasione di gustare appieno l'esperienza che invece un agriturismo richiede, e così due domeniche fa ci sono stata per il classico pranzo della domenica, un rituale lento e dal quale ci si può permettere di uscire satolli e felici.


Alessio e Greta sono due miei coetanei, sulla trentina, che un anno e mezzo fa appunto, hanno deciso di dare una svolta alle loro vite come individui e come coppia, trovando nell'agricoltura una risposta alle proprie necessità. Cercavano un locale all'inizio, ma il fuoco interiore li ha spinti sempre verso vecchie case di campagna e casolari spersi nella Romagna, fino a giungere alla Terra dei Kaki, dove hanno creato -dopo lunghi mesi di lavoro- la loro azienda agricola di 12 ettari, per lo più orticola ma con anche tanto bosco da visitare.


Come si entra nel loro mondo, si è subito accolti da un ambiente familiare, divani in velluto e dai tessuti adorabilmente vintage, affiancati ad un tavolino di legno turchese che più turchese non si può, che ti trasporta a quei colori così vivi della Grecia e delle città di mare. Ma ti senti a casa.
Perché La Terra dei Kaki quello è: la loro casa, un "rifugio di campagna", dove poter gustare piatti tipici della tradizione romagnola ma anche tutto quello che loro producono, a km0 o proveniente da aziende agricole che adottano il metodo biologico. C'è anche una piccola dispensa con i prodotti e le conserve che loro stessi producono, e a cui credo andrò a fare spese prima di Natale per preparare qualche cestino di quelli speciali per le amiche!


E quello che mi sorprende, ogni volta che vedo quello pubblicano, quello che scrivono, è che questi due ragazzi questo tipo di vita l'hanno scelta e la perseguono davvero, nelle decisioni di ogni giorno.
E a me questa cosa fa impazzire, che fra noi giovani e le nostre vite frenetica si nasconda ragazzi veramente in gamba, che decidono di offrire la loro vita alla terra e di tornare ai mestieri di una volta, di seguire il ritmo della natura e il susseguirsi delle stagioni.

Io e i miei due eroi dei due mondi abbiamo optato per un antipasto misto di crostini, quiches, cardi e patate, frittatine e strudel salati... a seguire tortelli di formaggio di pecora e melanzane, e gnocchi di rapa rossa al ragù... tutto eccellente e tutto "raccontato" nei minimi dettagli...
A seguire, non c'è domenica romagnola che si rispetti senza una grigliata mista di quelle fatte bene, che le senti che hanno una marcia in più.


Un posticino di quelli che vale la pena di scoprire, una storia che è bello sentire raccontare, perché da fiducia e rassicurazione, e si ha sempre bisogno di queste cose.

Agriturismo La Terra dei Kaki
Via Goleano 225
Montiano, Cesena
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lunedì 5 ottobre 2015

Una domenica a Comacchio e una bella storia da raccontare.


C’è una cooperativa sociale a Comacchio che produce cose straordinarie e che ogni giorno cerca, attraverso la riscoperta della tradizione umana, lavorativa, culturale ed enogastronomica, di ricordare ai propri ragazzi che anche nella difficoltà della vita, la vita è bella. 



Con Francesca ho frequentato tutto il liceo classico, e ricordo ancora fra le tante volte in cui mi aiutava a studiare (non perché fossi poi scema ma di voglia di studiare al liceo ero parecchio sprovvista) quel giorno prima del mio esame di maturità orale. 
Lei aveva già finito, ma non si sentiva in vacanza fino a che non l’avevo finito io.
Voleva essere certa che mi sbattessero fuori da quel liceo, e passava quel caldo pomeriggio di inizio Luglio ad interrogarmi.
Piccola doverosa introduzione per dire che Francesca è un’amica vera, di quelle che poi finito il liceo non lasci più e tendi a tenere al tuo fianco per tutta la vita. E da cui accetteresti qualunque proposta…

E’ stato così, in seguito al suo invito a Comacchio alla Sagra dell’Anguilla, che il weekend scorso sono stata due giorni a scoprire la realtà che sta dietro alla preparazione dei Marinati di Comacchio
Quante volte abbiamo visto quella scatolina in latta rossa gialla e verde? Io personalmente tantissime, sarà quel font, sarà quell’insieme di colori un po’ circense se vogliamo, la riconoscerei fra un milione.




Quello che non sapevo però, è che dall’anno scorso, la produzione e la lavorazione dell’anguilla marinata Presidio Slow Food, delle acciughe, e di tutto quello che c’è dietro alla marinatura di questi pescioni di laguna, fosse stata affidata ad una cooperativa sociale di Ferrara, (Work and Services ndr), che è probabilmente una delle realtà più belle che mi sia capitato di incontrare ultimamente. 
Oltre ai locali che ci piacciono e non ci piacciono, su questo blog si è sempre alla ricerca di storie vere, di storie belle e indirizzate al bene. 
Come quella di questa cooperativa che educa al bello e al gusto del vero, attraverso il lavoro.
Sorta per libera iniziativa di un gruppo di giovani laureati (Francesca stessa è in realtà laureata in architettura), Work and Services aiuta le persone in situazione di disagio e svantaggio, accompagnandole in percorsi di reinserimento nella vita attiva attraverso il lavoro e cercando di fare leva sulle caratteristiche personali, motivando e valorizzando le capacità di ognuno, ma soprattutto volendo bene alle persone. 
Il risultato, se ci pensate, è solo uno: queste persone sono felici di lavorare.


La Sagra dell’Anguilla ci sarà anche il prossimo weekend, a Comacchio.
La storia di questo pesce è interessantissima, così come è meraviglioso il perdersi in una giornata di nebbia, umidità e assoluto nulla di quelle che caratterizzano il delta del Po’. Il rapporto instabile fra acqua e terra, il precario equilibrio e lo smarrimento sono sentimenti che si percepiscono e vi tengono compagnie, di quella compagnia un po’ fastidiosa perché fa interrogare. 
Vi propongo pertanto una gita turistica, a Comacchio, alla Sala dei Fuochi dentro la Manifattura dei Marinati dove si cuoce l’anguilla appena pescata, e quei minigamberetti tipici di queste zone, che creano dipendenza.


Questo autunno-inverno sarà così su questo blog, storie vere che si lasciano raccontare. 

Solitamente ci si dà da fare per essere amati, mentre la questione è che si fa perché si è amati, cioè si fa perché si sa che cosa si è al mondo a fare. E questo fa la differenza. 
[G. Cesana]
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lunedì 21 settembre 2015

Il Nona a Riccione e il Carnevale di Rio.


“ Il Nona è un locale da capire”, mi avevano avvisato.
Bene, se c’era qualcosa da capire, a me non è arrivato. 
Dopo un’estate in cui il ristorante si è promosso in tutti i modi possibili -e questo è lodevole- anche io sono stata attirata come le api al miele, più per l’ambiente e per quel lungo communal table e i lampadari meravigliosi che per altro.
In realtà, la visita al Nona è stata molto più di altre volte stimolo e occasione di riflessione, mi ha fatto capire di cosa vado in cerca quando vado al ristorante.


Vado in cerca di un ambiente ben preciso, che al Nona pensavo di trovare ma mi sono sbagliata. La parte interna è suddivisa in tre ampi spazi che non c’entrano nulla l’uno con l’altro, e il risultato finale per l’animo che cerca una precisa esperienza in un ambiente definito è la sensazione da cui si è pervasi quando si va alla Maison du Monde. Tanti ambienti a sé stanti, e passi da un secondo da quello etnico a quello cosmopolita, alla pizzeria senz’anima con i murales, al dehor in cui vi è un gruppo che suona, e le sedie sono quelle da regista brandizzate con il nome del locale. 


Idem per il Menù, che racchiude pizzeria, sushi (molto valida), primi di pesce e hamburger. Carnevale! Ah, e la musica dal vivo. Troppo alta, da rendere almeno fuori quasi impossibile una conversazione, e i tavoli troppo ammassati. 


Ciò detto, il sushi merita davvero. 
Uno dei sushi rielaborati migliori che abbia mai mangiato. 
Pesce fresco e riso cotto alla perfezione. Noi abbiamo optato per 24 pezzetti di sushi misto, un piatto di cappesante crude veramente eccellenti, e due porzioni di gamberi in Tempura. Che non era tempura, ma erano da urlo, croccantissimi e con una salsina di accompagnamento molto buona. 
Nulla da ridire sul cibo, anzi. 
Non ho provato ahimè cocktail (che però sono presentati in un menù CockTales molto bello) né hamburger. 
Il conto un po’ altino, 120 euro in due (a tutto quello elencato sopra c’era da aggiungere solo una bottiglia di vino da 20 euro e un dolce).
Non so se ci tornerò, anche se sarei curiosa di provare le pizze, dai nomi originali e dagli ingredienti interessanti.

Mi aspettavo molto di più, o forse sono la comunicazione e la pubblicità patinata a rendere tutto più bello, a farti credere che proverai un’esperienza unica. 
Questo è stato ulteriore spunto di riflessione perché il mio lavoro vorrebbe che si comunicasse sempre e solo il top in modo da far sembrare tutto bellissimo, quando poi spesso vai in un posto e la realtà dei fatti è che rimani deluso.

Nona
Via Torino 29, Riccione
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venerdì 18 settembre 2015

L'Amarissimo a Lido di Savio e la leggerezza del vivere sospesi.


Pensavo da tempo a un rituale, un modo degno per salutare l’estate -almeno 
nella mia testa- e a pensarci, lo volevo proprio così. 
Un Lunedì di ferie -che tendenzialmente il Lunedì per me è il giorno più schizofrenico della settimana, con la tachicardia già dalle sei del mattino e quelle cinquanta chiamate/messaggi- un po’ di pioggia e quel tempo indefinito e meteoropatia in cui sai già in partenza che ti è precluso lo star bene a prescindere, anche se farai cose meravigliose.
A completare la cornice la mia amica CaraWanda, pervasa dallo stesso sentimento di saudade e gnagna.


L’Amarissimo lo pregustavo da Luglio, dopo esserci stata per un matrimonio e in occasione del “BBQ sotto le stelle", una delle tante serate veramente belle che ha all’Osteria con cucina nel sul palinsesto estivo.. mi ero ripromessa di tornarci con calma, che si sa, è da sciocchi giudicare e andare a provare un locale in Agosto. 
O meglio si fa, ma ne si accettano poi le conseguenze di troppagente troppocaldo troppafrenesia. 
Una spiaggia easy, alla buona, con i bagnini che portano i lettini sullo skateboard in passerella, con i bagnini con i rasta abbronzatissimi e i sorrisoni bianchi. E un ristorante, conipiedinellasabbia (espressioneabusatissima quest’estate).
Un posto che non esclude nessuno, e credo sia proprio questo il punto di forza, in un momento in cui i locali sembrano un po’ omologarsi tutti e diventare di nicchia “il covo degli hipster” “il ritrovo della riminibene”... all’Amarissimo si è creato un ambiente libero e bello per tutti, dal fighetto al freak al polleggiato. E non è poco, non è poco per niente.




Seconda considerazione: era un sacco di tempo che non mangiavo così bene.
E per così bene intendo un posto che, come diceva mia nonna “ti lascia la voglia”. 
Io e Ivana abbiamo preso un’insalata di seppia ai due pomodori, con olive taggiasche, meravigliosamente buona anche se forse un po’ scarsa, rispetto a quello che poi sono stati i primi.
Come primo invece, per me Chitarrino al ragù di mare eccellente, mai mangiato un qualcosa di così sublime, dalla texture e la cottura della pasta al sugo, ricco e gustoso... quello che chiameremmo comfort food. 
Per Ivana invece, anche se alla fine poi ci siamo smezzate tutto, un passatello alle vongole con scorfano e pesto leggero di verdure, delicato ed equilibratissimo. 
E, per tutta la durata del pranzo, pioggia e acquazzone e poi sole e il mare che avrà cambiato almeno dieci tonalità.
La leggerezza del vivere sospesi. 


 Unico rammarico, averlo provato troppo tardi. L’Amarissimo chiuderà infatti il 27 Settembre, la prossima settimana.
Ma resterà nella top-list dei desideri da depennare l'anno prossimo ad Aprile, un desiderio nell'aria che in un caffè di Gennaio al MamBo tireremo fuori come "Quanto manca all'apertura dell'Amarissimo?"


L'Amarissimo
Viale Romagna 323/h
Lido di Savio
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giovedì 20 agosto 2015

E' già autunno per me, al Pappa Reale a Cesena.


Ci pensavo proprio ieri mattina, persa nei miei pensieri e in quel freddino di agosto ma che sembrava autunno, a quanto le cose possano, nell’arco di un anno, cambiare. A quanto di base io sia una entusiasta della vita ma anche sempre inquieta e quindi mai ferma e soddisfatta pienamente grazie a Dio. 
 A quanto, se un anno fa mi avessero detto che sarei andata in una giornata felice a mangiare fuori qualcosa da sola, per il piacere di stare da sola, non ci avrei creduto. Non che non sappia stare da sola, io sono di base una simpatica asociale. Ma il mangiare da sola non mi ha mai attratto, e per esasperarlo ancora di più mi ha sempre fatto venire in mente quel verso di Baglioni che dice “ed ho mangiato a prezzo fisso seduto accanto ad un dolore”, uno dei versi più potenti in assoluto. 
Forse perché lo sento molto, forse perché l’ho sperimentato davvero, in quelle fucking lonely estati inglesi di un po’ di anni fa.




Il Pappa Reale a Cesena però, ha un qualcosa nell'aria che non può farti sentire solo. Saranno quelle mattonelline bianche con scritto sopra il menù del giorno con il pennarello, sarà quell'aria vintage che mi ricorda locali del Nord Europa, sarà il bancone dei dolci e del salato sempre pieno di cose buone...
io qui mi sento a casa. 
E’ stato per tantissimo tempo quest’inverno e quello scorso il mio headquarter cesenate quando avevo bisogno di un po’ di tempo al pc, salvo poi essere raggiunta per un Chai Latte o una cioccolata da Filo a chiusura del negozio e perderci in chiacchiere e aforismi.
Il Pappa Reale è il preferito di Elena del Fram, e se vado lì, posso pensarla più intensamente.


Ieri mattina, dopo una colazione romantica e ventiquattromilabaci al risveglio (attenzione, potrei addirittura tornare a cucinare) era la giornata perfetta per me per rimanere imbambolata nel mio mondo, senza contatto con quello reale, anzi sì, che per un po’ di peoplespotting il Pappa Reale è proprio il posto giusto. 
Così sono arrivata, cercato il tavolino in fondo nell’angolo, aperto il pc, e dopo un caffè ho deciso anche di fermarmi per il pranzo, meravigliosamente da sola.

Un estratto al limone e cetriolo (che quest’anno è l’anno degli estratti) e un piatto di polpettine vegan con verdure cotte al forno (divinamente) e insalata, e quel profumino che usciva dalla cucina invitante e che mi ha messo milioni di propositi addosso.


Che poi me l’avevano detto, che da quando avrei avuto l’Iphone avrei smesso di portarmi dietro la reflex ma non ci credevo mica. 

Pappa Reale
Via Fra' Michelino 1,
Cesena 

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lunedì 3 agosto 2015

Bevabbè, atmosfera di una calle andalusa nel centro di Riccione.


Ho tardato un po’ a parlare di questo posto, il tempo necessario che separa l’amare un posto e il voler prendere a craniate il suo proprietario.
Io ho questa tendenza alla nostalgia di non so cosa poi che mi porta sempre ad amare sempre i luoghi che richiamano altro da quello che sono. Sono a Londra e amo gli scorci che mi ricordano Parigi. Vado in Sicilia, e nel blu del mare mi specchio e penso a quanto sarebbe bello essere in Grecia.



Ad esempio, amo questo locale e questa piazzetta di Riccione all'ora dell'aperitivo perché mi sembra di essere in una calle andalusa, una di quelle stradine strette con i bar ad angolo e sopra una distesa di fiori, e non a due metri da Viale Ceccarini… 
Ho scoperto il Bevabbè quest’inverno, in un pomeriggio di quelli freddi in cui andare a vedere vetrine a Riccione e un giro al Block60 paiono essere l’unica consolazione.
Un locale studiato, un po' newyorkese se vogliamo, con un grande divano in pelle su cui svaccarsi sedersi, e tanti di quegli oggettini da perderci la testa. 
Ma è solo dopo un paio di frequentazioni quest’estate, che mi sento di aver colto l’anima del locale (e del proprietario :)


Una serie di sedie di legno fuori con sopra scritte frasi divertenti e improbabili, cose che ognuno può aver pensato di tanto in tanto, ma che solo lui, Riccardo Parisio (il proprietario ndr) ha avuto il coraggio di scrivere e mettere nero su bianco.
Così come il menù, ironico e divertente, ma che si è nel tempo, come le migliori cose, attirato alcune critiche.
Fra le proposte per vegetariani infatti, spicca un “perché purtroppo ci siete anche voi”...


Del Bevabbè mi piace l’ambiente, la drink-list dai nomi improbabili, e il menù, che spazia da taglieri dei migliori salumi in circolazione, a piatti freddi del giorno, e cosine da mangiare fra un drink e l’altro.
Come tapas, come companatico, senza la pretesa di elevarsi a ristorazione ma avendo comunque in carta produttori di una certa importanza e di qualità.
Le alici del Cantabrico e la burrata, e il pesce spada marinato di Moreno Cedroni. 
E ancora una selezione di 55 gin e tanto altro ancora. 
Dietro all’apparente strapotenza del Bevabbè c’è tanta ricerca, di prodotti e di genuinità.
E obiettivamente, un posto immerso nel centro della movida, a due passi dai negozi griffati, ma alla buona e in cui fare chiacchiere nelle sere d’estate, a Riccione mi mancava proprio. 


Bevabbè,
Viale Corridoni
Riccione
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venerdì 31 luglio 2015

Il Calycanto a Santarcangelo, avere il meglio a due passi da casa.

Uno dei miei preferiti, il tikka masala speziato al punto giusto e con il naan

È che per anni mi sono chiesta perché abbia viaggiato tanto senza cercare e senza desiderare altro che ristoranti e bar, atmosfere particolari e suggestioni, per poi ritrovarmi -come quasi sempre suppongo- ad avere il meglio a due passi da casa. Hanno avuto importanza inimmaginata luoghi in cui il pensiero corre anche da fermo, luoghi frequentati da altra gente, dove incontrare persone che, pur non facendo nulla, ti entrano comunque nell’anima e stanno lì, in silenzio eppure presenti.


Il Calycanto a Santarcangelo è uno di quei posti che avrei voluto creare io, che ogni giorno vedo cose e penso a come sarà un giorno il mio locale.
Google dice: Il ristorante propone un'ampia scelta fra cucina etnica che sfiora l'India, la Grecia e la cucina mediterranea a base di carne con salsine aromatiche e del tutto particolari.
Ho dovuto per la prima volta nella mia vita controllare una descrizione da Google e cercare un punto da cui partire, perché le suggestioni sono talmente infinite che mi perderei.

Bebe e il suo riso thai al latte di cocco e curry

Al timone della cucina del Calycanto c’è Shona, accento inglese meraviglioso, gentilezza disarmante e.. la prima volta che l’ho conosciuta anni fa aveva i capelli fuxia, si aggirava per la cucina con una Chocolate Cake alta più o meno 15 cm. Cose che oramai siamo abituati a vedere, ma nel 2005… sì, credo fossero quegli anni lì, no.
Ragionavo infatti di quanto tutte le cose che oramai ci sembrano normali ed entrate nella routine, come ad esempio torte altissime, piatti rovinati che raccontano storie, bicchieri in ceramica bianchi e cose spaiate, al Calycanto siano arrivate prima.
10 anni fa, in questo piccolo pezzo di mondo in questo paese che è il mio ed è sempre avanti anni luce sulle tendenze, qui c’era già tutto il divenire.

Ci sono stata con Bebe durante Santarcangelo dei Teatri, non siamo riuscite a mangiare fuori nel dehor per le stradine del paese vecchio ma meglio così, è rimasto prima della fine dell’estate un desiderio inespresso da depennare! 
Il menù è una sorta di giro del mondo di tutte le cucine, da quella africana a quella greca, fino ai classici della cucina indiana per arrivare alla Cheesecake americana, il tutto in chiave fusion. 
Di tutti i ristoranti che ho provato in giro per il mondo e le loro cucine, i piatti più buoni sono quelli del Calycanto, quasi come se si girasse tanto ma poi è sempre la strada di casa quella da ritrovare.
Shona e il suo animo che sicuramente tanto ha viaggiato, il suo essere una Mutoid, ovvero appartenente alla Mutoid Waste Company, la comunità di artisti, scultori e performer, che all’inizio degli anni novanta si insediò a Santarcangelo. Lungo il fiume Marecchia fondarono il loro piccolo meraviglioso regno “Mutonia” creando un villaggio degli scarti, fatto di rifiuti e pezzi di automobili a cui ridare vita, in un’ottica post-industriale.

Credo che Paola (Donini, ndr, la titolare) sia stata davvero lungimirante e avanguardistica quando ha pensato all’unione di più cucine dal mondo, a Shona, e a tutto il resto. 

La Cheesecake ai frutti di bosco, ormai emblema del Calycanto. 
Buona da svenire, per me oramai ossessione, se dovessi scegliere un dolce simbolo dell'amore sarebbe sicuramente questo.

Il Calycanto è stato senza dubbio l’embrione di quel movimento che ha portato Santarcangelo ad essere una chicca nella Romagna, così chic e così se vogliamo anche un po’ snob, così lontana dai ristoranti romagnoli tradizionali che ci vogliono solo consumatori di piadine e tagliatelle.
Quando penso al Calycanto mi si spalanca il cuore e mi sembra di vivere in un paese di ampio respiro, cosmopolita, e attento alle evoluzioni del mondo.

P.s. e se dopo il Calycanto ancora non siete on the road nel vostro viaggio personale, salite le scale della porticina accanto e vi troverete al The Noble Experiment, lo speak easy-chic e raffinato dove è residente il bartender Jonathan di Vincenzo.
Ma come per ogni speakeasy che si rispetti, non voglio svelarvi nulla.

Calycanto
Contrada dei Nobili 14
Santarcangelo, 0541.622518
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venerdì 10 luglio 2015

Ca' de Be' a Bertinoro, la piada più buona della Romagna.


Capita sempre più spesso ultimamente che mi arrivino richieste su consigli sul dove mangiare e passare una bella serata via mail, e ogni volta non nascondo che la cosa mi faccia piuttosto piacere. 
I blog sono certamente canali di comunicazione capita di affezionarsi (a me per prima) alla vita della persona singola, chiedersi cosa faccia durante la giornata e andare a cercare qualche post di aggiornamento come se si fosse amici davvero.
Tutto questo fermento intorno al web, complice da sempre il blog ma anche tanto grazie al lavoro che sto facendo, mi così porta a scoprire realtà che ignoravo e conoscere persone a me affini che  mai avrei pensato di poter conoscere... 
non è poi questo il significato di “fare rete”?

Càpita così che pochi giorni fa mi scrive Chiara, e mi dice espressamente che sarà in riviera per il weekend, che malauguratamente ha scoperto dopo aver prenotato che è la Notte Rosa, e che quindi cerca un posto lontano dal casino di Rimini in cui poter mangiare romagnolo e stare bene (che sempre più si va cercando un’esperienza completa che non comprende solo il cibo).
Quale migliore occasione quindi per farle scoprire un paesino che amo tantissimo e di conseguenza, la piada migliore della Romagna? 





Di Bertinoro, della sua bellezza, di quanto per me significhi quel paese, e di quanto la mia testina si senta in vacanza quando mi capita di andarci, ho già parlato qui
Quello che ancora non avevo fatto, era parlare della Ca’ de Be’, storica osteria-enoteca simbolo della ristorazione e della cultura enogastronomica romagnola. Ca’ de Be’ rifugio dell’anima in inverno, quando si ha voglia di qualcosa di caldo e di un camino con qualche parete in legno rassicurante che ci faccia sentire in montagna.
E Ca’ de Be’ in estate, che è probabilmente una delle terrazze panoramiche o “la” terrazza panoramica più bella di tutto il circondario. 
Ci si arriva per delle stradine strette e acciottolate che sembra di essere in uno di quei paesini della Sicilia tipo Erice, fino a che non si sbuca in piazza della Libertà. 
Basterà affacciarsi infatti alla panoramica per scorgere sotto ai vostri occhi una terrazza immensa, e nell’aria un profumino di piada. 

La scorsa settimana l’idea era stata “facciamo un aperitivo” poi però dopo un po’ di  insistenza da Cesena centro sono riuscita convincere Filo ad andare a Bertinoro, e a bere una bottiglia di vino e spizzicare qualcosina alla Ca’ de Bè. Ecco quindi una cena/non cena veloce, un tagliere di affettati misti e per me che sono ingorda e ho quei gusti un po’ da camionista, anche i crostini con i fegatelli. E ovviamente, tantissima piada. 
Che parliamone, per me la piada è quella cesenate alta almeno mezzo cm e che profuma di strutto, quella che puoi tagliare nel mezzo esatto se vuoi metterci dentro il prosciutto. Astenersi quindi riminesi brutti con la piadina-foglio di giornale.


Di tutte quelle mai mangiate, quella della Ca’ de Be’ è LA piada, che unita allo spettacolo che vi si dischiude davanti agli occhi al tramonto sulla terrazza panoramica e ad una bella bottiglia di sangiovese dei colli di Bertinoro… beh, mi sembrano sufficienti motivi per una fuga romantica o rilassante nell’entroterra! 



una foto alla maglia di Filo ci stava troppo: Legalize Aliens, They are friends.

Ca' De Be' 
Piazza Libertà 10 
Bertinoro
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lunedì 6 luglio 2015

Un viaggio negli anni del Proibizionismo al Belludi 42 di Riccione




Dove fosse finito Charles Flamminio con i suoi cocktail stratosferici e la sua aurea di magia nomade di spezie ed essenze orientali, me lo avete chiesto in tanti.

Perché dopo averlo scoperto l’estate scorsa qui, e dopo averlo stalkerato per bene, è nata un’amicizia che non ci saremmo aspettati e che ci ha portato ad incontrarci molto quest’inverno, dalla prima data al Club de Pirottines a Bologna, alle varie serate al Fram Cafè etc etc.








 Alcuni dettagli al Belludi, dalle (nascoste) teiere russe in samovar in cui si prepara il the, alle bottiglie bottigliette e ampolle che racchiudono essenze naturali, agli incensi di pasta egiziana che Charles si fa portare dal mondo


Dopo un inverno on the road per tutta l'Italia fra serate semprepiene, tanto studio, corsi e bighellonaggio costruttivo come solo chi come noi ha fatto del suo cazzeggio un lavoro, ora Charles è in pianta stabile a Riccione, al Belludi 42, con un cappello del mago sotto al quale si nascondono tantissime sorprese e racconti... sempre con il cuore (in questo caso intagliato nel limone ♥)

Partiamo subito con un presupposto: scordatevi di andare al Belludi e ordinare uno Spritz.

O un Moscow Mule con il cetriolo, che anche io ho fatto questa gaffe e Charles mi ha spiegato bene che non c’è traccia di cetriolo nella ricetta originale del cocktail più hipster di sempre.

Il Belludi 42 nasce e si rifà agli speakeasy del 1920-30 e al periodo conosciuto come proibizionismo, in cui la vendita, la produzione, e il trasporto di alcolici erano illegali in tutti gli Stati Uniti.

Questi esercizi commerciali chiamati appunto speakeasy, erano abusivi e nascosti in garage, stanze dismesse dietro ai portoni, nei sottoscala e in vecchie stanze di hotel sotterranee.

Cominciarono a diffondersi nei primi anni venti abusivamente e alcuni di questi appartenevano alla criminalità organizzata.






Appena arrivata ho trovato un cartello di non mio gradimento “Non fotografare il locale” #mawhatdafuck, ma mi è stato spiegato che anche questo fa parte della filosofia speakeasy, per cui il locale non si deve vedere, e in effetti nemmeno da fuori è tanto riconoscibile, dovrete proprio cercarlo.

Mi sono perciò accontentata di fotografare Charles al bancone e lascio a voi il piacere della scoperta.


La Drink List come dicevo non prevede Spritz ma classy cocktails come Moonshine e Old Fashioned, il primo cocktail ad essere stato denominato tale. Nato sempre durante il proibizionismo l’Old Fashioned vi verrà preparato con il fornelletto, il bitter sul fuoco con le spezie, “alla vecchia e originale maniera americana”.

Ai tempi, veniva aggiunta anche la soda per camuffare l’odore dell’alcol..

Io mi sono invece fidata di Charles, vista la giornata afosissima della scorsa settimana in cui ci sono andata, e ho optato per una bevanda a base di Chartreuse, liquore francese che dal 1600 viene prodotto in Francia da un gruppo di monaci certosini. Il cocktail in questione si chiama 127,  e -incredibile ma vero- è stato inventato proprio a Rimini dieci anni fa da Gianfranco Pola, ambassador italiano per Chartreuse.




Un’esperienza retrò quindi, quella al Belludi 42, che si configura come un tuffo negli anni 30’, non solo nelle atmosfere del locale ma soprattutto alla scoperta dell’arte della miscelazione autentica, che in quel periodo ebbe una spinta creativa unica.

E -non posso non dirlo senza un certo affetto- troverete anche un Charles molto cresciuto, molto preciso e attento nel dare informazioni, attento alla selezione delle materie prime e con un occhio verso il bio, un Charles preparato, che ha studiato e ha fatto sue tante tecniche, pronto a stupirvi e a incantarvi con racconti.


Belludi 42

Via Armando Diaz 20,

Riccione
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